Parte 25.
Il Padrone
pensò per un momento che non fosse necessario continuare; non vi vedeva nulla
che potesse interessargli, e quindi, invece di frugare nell'anima altrui,
specialmente in quella di una persona cara, era meglio smettere di leggere. Ma
all'improvviso, il suo sguardo colse un passaggio in cui Dada parlava di lui, e
iniziò a leggere con ancora più attenzione.
Si scoprì che
quando Dada era assorta nel suo mondo, affamata e assetata, con la flebo
attaccata alla mano, sentiva tutto ciò che accadeva intorno a lei, solo che non
aveva alcuna reazione. Ricordava persino perfettamente che il Padrone non era
il suo vero padre, ma scriveva anche che non c'era persona più preziosa e amata
di lui su tutta la faccia della terra.
Da qualche
parte in un angolo del suo cuore, voleva bene anche a Zeki, ma più come a un
membro della famiglia e a un parente di sangue, sebbene notasse che nemmeno
questo ragazzo zingaro era suo parente.
"Zeki
mi ha regalato la vita", scriveva Dada.
Il Padrone
pensò che forse intendesse quando la trovò nella foresta e lei non divenne
preda dei lupi.
Il Padrone
sorrideva leggendo gli scritti di Dada e non riusciva più a smettere. La
ragazza menzionava quasi tutti uno per uno con amore. Nominava così tanti
servitori che sembrava volesse bene e rispettasse tutti; il cuore del Padrone
si riempiva di orgoglio e affetto, e gli vennero persino le lacrime agli occhi.
Dada non aveva trascurato nemmeno i cani del cortile.
Il Padrone
aveva per lo più cani di razza e ben addestrati. Una volta, un grosso cane
nero, meticcio e spelacchiato, si avvicinò al cortile; il cane aveva la pancia
gonfia e si vedeva che presto avrebbe partorito. Dada fece un tale chiasso
finché non la fece entrare nel cortile e, poco dopo, tre cuccioli correvano in
giardino insieme al grande cane nero.
"Che
creatura meravigliosa ho in te, Dada..."
Il Padrone
pensava, sprofondando sempre più nel diario di Dada. La sensazione di vergogna
per essersi intrufolato nell'anima altrui senza permesso era ormai svanita da
qualche parte.
Non amava
alcuni servitori, ma cercava comunque di non pensar male di loro. Voleva amare
tutti, anche se aggiungeva che le persone senza cuore e fredde non avrebbero
mai meritato il suo amore. Il Padrone rimase sbalordito soprattutto dal fatto
che Dada non sopportasse affatto quell'uomo dagli occhi pericolosi. Il suo
arrivo le metteva sempre addosso una paura terribile. Leggendo questo, il
Padrone rimase sbalordito.
Non aveva mai
notato in Dada tale paura o disgusto verso qualcuno, come lei descriveva qui.
Tuttavia, gli tornò in mente una volta nel suo studio, l'espressione di Dada
quando gli annunciarono l'arrivo di quell'ospite.
"Le avrà fatto qualcosa? Ma quando?
Come?"
Oltre a un
accordo d'affari, il Padrone era legato a lui da alcune vecchie storie;
nessuno, a parte loro due, sapeva cosa stesse succedendo, ma Dada?
Perché non
sopportava e disprezzava così tanto quell'uomo?
Doveva
scoprire in qualche modo perché non lo sopportava. Se avesse fatto qualcosa a
Dada, non gliel'avrebbe fatta passare liscia e gli avrebbe fatto pagare il
conto centuplicato.
Il Padrone si
perse nei suoi pensieri per un momento e poi riprese a leggere il diario.
"Mio dono di vita, che
lettera caldissima ho ricevuto, non ne ho mai ricevuta una simile, forse me ne
hanno scritte altre, ma non sono riuscite a penetrare nel mio cuore, sono state
portate via dal vento della vita da qualche parte...
Mentre leggevo la tua lettera, le
mie lacrime cadevano nella tazza di caffè... Erano lacrime di gioia e di
rimpianto, e cadevano insieme..."
Di quale lettera stava parlando Dada? Possibile che Ugo
riuscisse a scriverle? O forse si trattava di un altro tratto delle strane
illusioni di Dada.
LEX. Sabato, 12 marzo 2016.

No comments:
Post a Comment