Parte 1.
Dada aveva
grandi occhi verdi. Amava osservare tutto. Qualunque cosa catturasse la sua
attenzione, la fissava per ore, incapace di staccarle gli occhi di dosso. Era
come se cercasse di studiarne ogni dettaglio; dopodiché si sedeva e disegnava a
lungo, per un tempo interminabile. Sceglieva anche la musica adatta, indossava
le cuffie e si immergeva all'infinito nella sua creazione.
Dada
non parlava. Capiva perfettamente tutto ciò che sentiva, ma non riusciva a
parlare. A volte emetteva dei suoni vocalici e, di tanto in tanto, al posto di
una parola, le sfuggiva qualche sillaba; anche allora, però, era del tutto
incomprensibile cosa volesse dire. Nessuno sapeva se fosse nata così o se fosse
successo in seguito.
Non
aveva nemmeno dieci anni quando la trovarono nel bosco, con indosso solo una
camicia da notte. Vagava osservando gli uccelli che volteggiavano dal bosco
verso le nuvole, ascoltando il loro canto e seguendo le loro voci. Un giovane,
accampato in quello stesso bosco, la trovò e la portò dal Padrone. Più tardi,
l'accampamento fu smantellato e il gruppo si diresse altrove. Lì si spartirono
la refurtiva e ognuno andò per la propria strada con la sua parte di bottino.
Il
Padrone si mise la bisaccia in spalla, prese la bambina tra le braccia, caricò
il resto dei bagagli sul giovane e si mise in cammino per iniziare una nuova
vita.
Nessuno
sapeva da dove venisse la bambina né chi fosse; aveva soltanto emesso pochi
suoni frammentati:
"...da...
da..."
Per
questo, al campo, la chiamarono Dada, e il nome rimase quello da allora in poi.
Solo
il Padrone intuiva da dove la bambina potesse provenire. Probabilmente era una
sopravvissuta di una delle tenute che avevano assaltato, saccheggiato e dato
alle fiamme.
La
bambina dedicava un'attenzione particolare a certi oggetti, osservandoli molto
più a lungo e con maggiore intensità. Ma nulla sfuggiva allo sguardo acuto e
perspicace del Padrone. Sapeva bene che gli oggetti per cui la bambina provava
una fissazione provenivano da una e una sola casa. Forse proprio per questo,
non appena portata al campo, si era adattata facilmente a tutti e a tutto; in
un mondo di oggetti a lei familiari si sentiva più a casa e, forse, molto più
al sicuro.
Per un
certo periodo il Padrone era rimasto tormentato dal dubbio se fosse pericoloso
tenere quella bambina con loro; ma ogni volta che la piccola si accorgeva del
suo sguardo intenso, gli donava un sorriso così caldo e disinteressato che
anche il Padrone finiva per sorridere, e il suo cuore si riempiva di un calore
singolare. Per questo non la affidò a nessuno e la portò con sé; si stabilì in
una terra completamente straniera, un luogo sconosciuto, e dichiarò la bambina
sua figlia. Quanto al giovane, era già un parente alla lontana, quindi non fu
affatto difficile riconoscerlo come membro della famiglia. All'inizio
cominciarono a vivere insieme come un'unica famiglia.
Non
mancavano certo di ricchezze, ma in seguito si separarono. Il cuore del giovane
lo spingeva verso una città più movimentata e rumorosa, e si trasferì lì,
tuttavia li visitava spesso e rimaneva con loro per diverso tempo.
Ben
presto il Padrone divenne un proprietario terriero di spicco, rispettato e
considerato una figura nota, ricca e influente in quella regione.
Nel
frattempo Dada cresceva, continuando a vivere nel suo mondo, senza curarsi di
nient'altro se non della pittura e della musica. Se le piaceva un qualche
oggetto, gli trovava subito un posto nella sua stanza. E la sua stanza era
piena di tutti quei vecchi oggetti che, come il Padrone sospettava, a suo tempo
avrebbero ben potuto appartenere alla famiglia stessa di Dada.
Dada
si adattò facilmente alla nuova casa e iniziò subito ad arredarla. Come prima
cosa, dipinse le pareti e i pavimenti con della vernice comune, motivo per cui
il Padrone, al suo ritorno, trovò ogni abitante della tenuta imbrattato di
colore. I servitori guardavano con aria spaventata. Erano certi che avrebbero
ricevuto un rimprovero e che la bambina sarebbe stata severamente sgridata, ma
il Padrone scoppiò in una risata di cuore. Capì immediatamente che la bambina
amava dipingere, perciò le riservò una stanza enorme nella casa e la riempì di
un'infinità di materiali da disegno.
E Dada
si metteva lì a dipingere, dipingere continuamente. A volte era affascinata dai
paesaggi, altre volte il suo sguardo si posava sul ritratto di qualcuno, e
talvolta sulla figura umana; insisteva e li costringeva a posare come modelli
per poterli ritrarre. Anche i servitori ubbidivano: che altra scelta avevano?
Soddisfacevano con piacere i capricci innocenti di questa ragazza altrettanto
innocente.
Quanto
al giovane, osservava Dada da lontano, ma alla sola vista del Padrone
distoglieva immediatamente lo sguardo. Il Padrone notava quelle attenzioni e la
cosa non gli piaceva affatto. Non sopportava l'idea di dare la sua figlia
adottiva in sposa a un uomo con un passato simile a quello del giovane; ma se
fosse stato il desiderio stesso di Dada, allora non si sarebbe più opposto. Ma
Dada continuava a vivere nel suo mondo, e le attenzioni del giovane rimanevano
sempre inosservate.
LEX · Giovedì 28 gennaio 2016

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