Parte 8.
La voce improvvisa e potente fece sobbalzare Dada, che si rintanò ancora di più nella collina. Con un'espressione confusa e sorridente, si guardava intorno inquieta. Era agitata, non sapeva se mostrarsi o svignarsela in silenzio. Il Giardiniere rise a crepapelle, si rituffò in acqua e non cercò più di parlare alla ragazza spaventata. Dada si allontanò dal luogo in silenzio. Quel giorno non uscì più di casa. Aveva già accumulato innumerevoli schizzi. Canticchiando tra sé, esaminava le sue opere, disponendole sul pavimento con aria soddisfatta. Dada era felice; fissava i disegni sparsi a terra, cambiandone la disposizione in mille modi diversi.
Da quel giorno in poi, non osava più salire alla cascata, ed era come se non le interessasse più spiare di nascosto il Giardiniere che faceva il bagno. Ben presto anche il tempo cambiò e non era più stagione per fare il bagno. Faceva piuttosto freddo; Dada scendeva raramente in giardino e non si faceva più vedere nemmeno in cortile.
Un giorno, finalmente, superò la timidezza e uscì in cortile, iniziando a seguire il Giardiniere con audacia. Ovunque lo avvistasse, rannicchiato o immerso nel lavoro, lo disegnava subito sul suo album. Il Giardiniere, come per dispetto, si calava il cappello ancora più in basso sul naso, senza lasciar intravedere né il volto né gli occhi. Quanto al suo abbigliamento, era impossibile capire se si trattasse di veri vestiti o di un qualche indumento informe rabberciato con vecchi sacchi vuoti. Era un po' strano; per qualche motivo, tutti gli altri servitori della tenuta vestivano in modo molto più curato ed elegante del Giardiniere. Lui, invece, portava pantaloni esageratamente larghi e abbondanti che non arrivavano nemmeno alle caviglie. Al posto della cintura aveva una corda legata in vita, e indossava una giacca altrettanto larga ma troppo corta; dietro tali abiti, il suo corpo atletico si nascondeva sempre di più.
Dada non dava tregua al Giardiniere, girandogli continuamente intorno. Poi, salì su un alto ceppo di legno, allungò il collo e cercò di ritrarre da lì il Giardiniere che si affaccendava nel giardino, ma improvvisamente notò in lontananza, sulla strada di casa, un'auto familiare. Dada non ne fu contenta, puntò il dito verso la strada ed esclamò più volte:
- Go!... Go!..
In quel momento, da dietro le sue spalle, giunse una voce:
- Mi dica, signore!
Ma Dada non prestò nemmeno attenzione. Continuava a puntare il dito e a ripetere la stessa cosa. Il pa Padrone drone si diresse verso Dada. Non riusciva a capire cosa avesse agitato così tanto la ragazza. Il Giardiniere le sbarrò la strada, si fece avanti davanti al Padrone e chinò il Padrone in segno di saluto, rivolgendosi direttamente all'uomo:
- Mi dica, signore! - Probabilmente pensò che ciò che Dada non riusciva a fargli capire, il pa Padrone drone l'avrebbe intuito, spiegandoglielo al posto suo.
- Come ti chiami? - chiese il Padrone.
- Mi chiamo Ugo, signore. - Il Giardiniere chinò la testa ancora più profondamente e attese la domanda successiva senza nemmeno rialzarla.
- Capisco... - mormorò il Padrone, pensando tra sé e sé che forse Dada stesse chiamando il giardiniere Ugo.
Dada, invece, non prestava loro alcuna attenzione. Guardava l'auto, ormai arrivata al cortile, con aria accigliata e sopracciglia aggrottate, senza nemmeno rendersi conto che con quella sua reazione così particolare stava involontariamente chiamando il Giardiniere per nome. I servitori aprirono lo sportello dell'auto entrata in cortile, e ne scese un uomo, vecchio conoscente del Padrone. Il Padrone stava già correndo incontro all'ospite, senza nemmeno notare la reazione di Dada.
Dada non sopportava quest'uomo fin dall'infanzia; i suoi occhi spesso fissavano con tale ostinazione che la ragazza non riusciva a incrociare il suo sguardo per la paura, come se quest'uomo volesse leggere qualcosa negli occhi della bambina spaventata. C'era qualcosa dietro quest'uomo, qualcosa di terribile che si chiamava "paura", ma cos'era questo timore? Dada sentiva solo questa paura e la sua visita le era terribilmente sgradita. Non appena quest'uomo appariva, si chiudevano nello studio del Padrone e passavano ore a sorseggiare solo mezza bottiglia di cognac. Nessuno sapeva cosa succedesse o di cosa parlassero, persino a Zeke era vietato entrare nello studio del Padrone in quei momenti.
L'ospite salutava sempre Dada calorosamente, portandole persino dei dolci, ma la sua apparizione continuava a incuterle un terrore profondo. Non appena lo vide scendere dall'auto, lei saltò giù dal ceppo, si nascose dietro la schiena del Giardiniere e iniziò a spiarlo da lì. L'ospite e il Padrone si salutarono, e l'uomo lanciò uno sguardo verso Dada. Dada si accigliò, Padrono: "Mi ha notata, non mi sono nascosta abbastanza bene", ma fece comunque capolino da dietro la schiena del Giardiniere. Non aveva alcuna intenzione di salutarlo; aspettava solo che l'ospite entrasse in casa. Improvvisamente, con sua grande sorpresa e all'insaputa del Padrone, a Dada sembrò che l'ospite e il Giardiniere si fossero scambiati un segnale segreto... O forse... Forse è stata davvero solo una sua impressione...
LEX · Mercoledì 3 febbraio 2016
La voce improvvisa e potente fece sobbalzare Dada, che si rintanò ancora di più nella collina. Con un'espressione confusa e sorridente, si guardava intorno inquieta. Era agitata, non sapeva se mostrarsi o svignarsela in silenzio. Il Giardiniere rise a crepapelle, si rituffò in acqua e non cercò più di parlare alla ragazza spaventata. Dada si allontanò dal luogo in silenzio. Quel giorno non uscì più di casa. Aveva già accumulato innumerevoli schizzi. Canticchiando tra sé, esaminava le sue opere, disponendole sul pavimento con aria soddisfatta. Dada era felice; fissava i disegni sparsi a terra, cambiandone la disposizione in mille modi diversi.
Da quel giorno in poi, non osava più salire alla cascata, ed era come se non le interessasse più spiare di nascosto il Giardiniere che faceva il bagno. Ben presto anche il tempo cambiò e non era più stagione per fare il bagno. Faceva piuttosto freddo; Dada scendeva raramente in giardino e non si faceva più vedere nemmeno in cortile.
Un giorno, finalmente, superò la timidezza e uscì in cortile, iniziando a seguire il Giardiniere con audacia. Ovunque lo avvistasse, rannicchiato o immerso nel lavoro, lo disegnava subito sul suo album. Il Giardiniere, come per dispetto, si calava il cappello ancora più in basso sul naso, senza lasciar intravedere né il volto né gli occhi. Quanto al suo abbigliamento, era impossibile capire se si trattasse di veri vestiti o di un qualche indumento informe rabberciato con vecchi sacchi vuoti. Era un po' strano; per qualche motivo, tutti gli altri servitori della tenuta vestivano in modo molto più curato ed elegante del Giardiniere. Lui, invece, portava pantaloni esageratamente larghi e abbondanti che non arrivavano nemmeno alle caviglie. Al posto della cintura aveva una corda legata in vita, e indossava una giacca altrettanto larga ma troppo corta; dietro tali abiti, il suo corpo atletico si nascondeva sempre di più.
Dada non dava tregua al Giardiniere, girandogli continuamente intorno. Poi, salì su un alto ceppo di legno, allungò il collo e cercò di ritrarre da lì il Giardiniere che si affaccendava nel giardino, ma improvvisamente notò in lontananza, sulla strada di casa, un'auto familiare. Dada non ne fu contenta, puntò il dito verso la strada ed esclamò più volte:
- Go!... Go!..
In quel momento, da dietro le sue spalle, giunse una voce:
- Mi dica, signore!
Ma Dada non prestò nemmeno attenzione. Continuava a puntare il dito e a ripetere la stessa cosa. Il pa Padrone drone si diresse verso Dada. Non riusciva a capire cosa avesse agitato così tanto la ragazza. Il Giardiniere le sbarrò la strada, si fece avanti davanti al Padrone e chinò il Padrone in segno di saluto, rivolgendosi direttamente all'uomo:
- Mi dica, signore! - Probabilmente pensò che ciò che Dada non riusciva a fargli capire, il pa Padrone drone l'avrebbe intuito, spiegandoglielo al posto suo.
- Come ti chiami? - chiese il Padrone.
- Mi chiamo Ugo, signore. - Il Giardiniere chinò la testa ancora più profondamente e attese la domanda successiva senza nemmeno rialzarla.
- Capisco... - mormorò il Padrone, pensando tra sé e sé che forse Dada stesse chiamando il giardiniere Ugo.
Dada, invece, non prestava loro alcuna attenzione. Guardava l'auto, ormai arrivata al cortile, con aria accigliata e sopracciglia aggrottate, senza nemmeno rendersi conto che con quella sua reazione così particolare stava involontariamente chiamando il Giardiniere per nome. I servitori aprirono lo sportello dell'auto entrata in cortile, e ne scese un uomo, vecchio conoscente del Padrone. Il Padrone stava già correndo incontro all'ospite, senza nemmeno notare la reazione di Dada.
Dada non sopportava quest'uomo fin dall'infanzia; i suoi occhi spesso fissavano con tale ostinazione che la ragazza non riusciva a incrociare il suo sguardo per la paura, come se quest'uomo volesse leggere qualcosa negli occhi della bambina spaventata. C'era qualcosa dietro quest'uomo, qualcosa di terribile che si chiamava "paura", ma cos'era questo timore? Dada sentiva solo questa paura e la sua visita le era terribilmente sgradita. Non appena quest'uomo appariva, si chiudevano nello studio del Padrone e passavano ore a sorseggiare solo mezza bottiglia di cognac. Nessuno sapeva cosa succedesse o di cosa parlassero, persino a Zeke era vietato entrare nello studio del Padrone in quei momenti.
L'ospite salutava sempre Dada calorosamente, portandole persino dei dolci, ma la sua apparizione continuava a incuterle un terrore profondo. Non appena lo vide scendere dall'auto, lei saltò giù dal ceppo, si nascose dietro la schiena del Giardiniere e iniziò a spiarlo da lì. L'ospite e il Padrone si salutarono, e l'uomo lanciò uno sguardo verso Dada. Dada si accigliò, Padrono: "Mi ha notata, non mi sono nascosta abbastanza bene", ma fece comunque capolino da dietro la schiena del Giardiniere. Non aveva alcuna intenzione di salutarlo; aspettava solo che l'ospite entrasse in casa. Improvvisamente, con sua grande sorpresa e all'insaputa del Padrone, a Dada sembrò che l'ospite e il Giardiniere si fossero scambiati un segnale segreto... O forse... Forse è stata davvero solo una sua impressione...
LEX · Mercoledì 3 febbraio 2016

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