Parte 4.
Il progetto del giardino decorativo di Dada ebbe successo. Venne fuori molto bello e originale. Il giardiniere lavorava diligentemente; quasi nessuno lo notava, a stento riuscivano persino a vederlo come si deve. A testa bassa, si dava da fare per conto suo, curando meticolosamente il giardino. In compenso, non doveva più preoccuparsi del cibo e di un posto dove pernottare, e così ricambiava il bene con il bene. L'uomo precocemente invecchiato, sempre curvo, si prendeva cura delle piante e le accarezzava stando in ginocchio. Non disturbava né ce l'aveva con nessuno, grato per qualsiasi cosa gli venisse data. Dada gioiva dei bellissimi fiori e il Padrone era felice della gioia della sua figlia adottiva.
Per Dada era ormai diventata un'abitudine fare il giro del giardino ogni mattina. Inebriata dal profumo dei fiori, li accarezzava uno a uno. Poi ne sceglieva uno e guardava il ragazzino del servo che stava lì vicino. Il bambino accorreva subito, aprendo già per strada il suo piccolo coltellino tascabile a serramanico, e recideva delicatamente il fiore desiderato, stando attento a non danneggiare gli altri. Dada respirava a fondo il profumo del fiore e, con il viso felice, versava dei dolciumi nelle mani del ragazzino.
Anche quella mattina, Dada passò e ripassò molte volte davanti al filare di rose. Cercava il fiore adatto, mentre il ragazzino la seguiva a breve distanza, in attesa del dolcetto per il lavoro che avrebbe svolto. Questa volta Dada impiegò molto più tempo a scegliere il fiore desiderato. Al bambino si stava ormai esaurendo la pazienza e presto, probabilmente, avrebbe perso ogni speranza di ricevere i suoi dolciumi.
Alla fine, finalmente, Dada posò gli occhi su una grande rosa magnificamente sbocciata e le piacque così tanto que si dimenticò persino di chiamare il ragazzino. Senza pensarci due volte, afferrò il ramo grosso e spinoso e lanciò un urlo disperato. Una grande spina della rosa le graffiò profondamente le dita. All'istante, il sangue cominciò a scorrere a fiumi, riempiendole il palmo della mano.
Il giardiniere, che stava accovacciato lì vicino inosservato da tutti, balzò subito in piedi e afferrò la mano di Dada. Si mise in bocca il dito dolorante e succhiò il sangue, al solo scopo di fermare l'emorragia. Purtroppo, Dada non riuscì nemmeno a capire cosa volesse da lei quell'uomo scapigliato, che sembrava sbucato all'improvviso dalla terra. Spaventata dal comportamento del giardiniere, lanciò un urlo ancora più forte, gli strappò la mano e gli sferrò uno schiaffo in pieno viso.
Zeki intravide tutto da lontano, sebbene non sapesse affatto perché Dada avesse urlato, né la prima né la seconda volta. Corse da lei come un pazzo per aiutarla, afferrò un frustino e colpì il giardiniere dritto in faccia così violentemente che il sangue sgorgò a fiumi dal suo volto squarciato. Il giardiniere cadde a terra. Zeki si mise sopra di lui e lo colpì altre due volte con forza, ma al terzo colpo Dada si lanciò davanti a lui con un urlo straziante. La mano di Zeki si congelò a mezz'aria. Dada si accasciò sopra il giardiniere, piangendo e urlando disperatamente da strappare il cuore; stendeva il suo fazzoletto sul viso insanguinato del giardiniere e chiedeva aiuto con un lamento terribile.
Zeki rimase sbalordito. Solo un minuto prima, la ragazza che era contrariata con il giardiniere ora faceva l'esatto contrario: lo difendeva e urlava istericamente. Nessuno aveva mai visto Dada in quello stato; tutti si agitarono profondamente, incapaci di calmarla in alcun modo. Riuscirono a stento a staccarla dal corpo del giardiniere. Poi, all'improvviso, ammutolì; non proferiva più parola né piangeva, ma tremava spaventosamente finché non le fecero un'iniezione di sedativo. Più tardi il farmaco fece effetto e, finalmente, si calmò.
Il Padrone fece venire un medico anche per il giardiniere. Gli medicarono la ferita da gli misero dei punti sul viso; gli fu categoricamente vietato di lavorare finché non fosse guarito del tutto. Il giardiniere sorrise. Non fa niente, ce la posso fare lo stesso, le mani mica mi fanno male, disse, ma il Padrone lo avvertì severamente: "Ci manca solo che la gente parli e dica che costringo un uomo malato a lavorare". Il giardiniere non ebbe altra scelta che obbedire al suo Padrone.
Quanto a Dada,
si ritirò di nuovo nel suo mondo per diversi giorni; nulla la rendeva felice,
non notava nessuno e non voleva nulla. Non si sdraiava neppure come si deve sul
letto; adagiata a metà seduta sui cuscini, quasi senza vita, con la flebo
attaccata al braccio, fissava il vuoto verso un unico punto.
LEX · Sabato, 30 gennaio 2016
Il progetto del giardino decorativo di Dada ebbe successo. Venne fuori molto bello e originale. Il giardiniere lavorava diligentemente; quasi nessuno lo notava, a stento riuscivano persino a vederlo come si deve. A testa bassa, si dava da fare per conto suo, curando meticolosamente il giardino. In compenso, non doveva più preoccuparsi del cibo e di un posto dove pernottare, e così ricambiava il bene con il bene. L'uomo precocemente invecchiato, sempre curvo, si prendeva cura delle piante e le accarezzava stando in ginocchio. Non disturbava né ce l'aveva con nessuno, grato per qualsiasi cosa gli venisse data. Dada gioiva dei bellissimi fiori e il Padrone era felice della gioia della sua figlia adottiva.
Per Dada era ormai diventata un'abitudine fare il giro del giardino ogni mattina. Inebriata dal profumo dei fiori, li accarezzava uno a uno. Poi ne sceglieva uno e guardava il ragazzino del servo che stava lì vicino. Il bambino accorreva subito, aprendo già per strada il suo piccolo coltellino tascabile a serramanico, e recideva delicatamente il fiore desiderato, stando attento a non danneggiare gli altri. Dada respirava a fondo il profumo del fiore e, con il viso felice, versava dei dolciumi nelle mani del ragazzino.
Anche quella mattina, Dada passò e ripassò molte volte davanti al filare di rose. Cercava il fiore adatto, mentre il ragazzino la seguiva a breve distanza, in attesa del dolcetto per il lavoro che avrebbe svolto. Questa volta Dada impiegò molto più tempo a scegliere il fiore desiderato. Al bambino si stava ormai esaurendo la pazienza e presto, probabilmente, avrebbe perso ogni speranza di ricevere i suoi dolciumi.
Alla fine, finalmente, Dada posò gli occhi su una grande rosa magnificamente sbocciata e le piacque così tanto que si dimenticò persino di chiamare il ragazzino. Senza pensarci due volte, afferrò il ramo grosso e spinoso e lanciò un urlo disperato. Una grande spina della rosa le graffiò profondamente le dita. All'istante, il sangue cominciò a scorrere a fiumi, riempiendole il palmo della mano.
Il giardiniere, che stava accovacciato lì vicino inosservato da tutti, balzò subito in piedi e afferrò la mano di Dada. Si mise in bocca il dito dolorante e succhiò il sangue, al solo scopo di fermare l'emorragia. Purtroppo, Dada non riuscì nemmeno a capire cosa volesse da lei quell'uomo scapigliato, che sembrava sbucato all'improvviso dalla terra. Spaventata dal comportamento del giardiniere, lanciò un urlo ancora più forte, gli strappò la mano e gli sferrò uno schiaffo in pieno viso.
Zeki intravide tutto da lontano, sebbene non sapesse affatto perché Dada avesse urlato, né la prima né la seconda volta. Corse da lei come un pazzo per aiutarla, afferrò un frustino e colpì il giardiniere dritto in faccia così violentemente che il sangue sgorgò a fiumi dal suo volto squarciato. Il giardiniere cadde a terra. Zeki si mise sopra di lui e lo colpì altre due volte con forza, ma al terzo colpo Dada si lanciò davanti a lui con un urlo straziante. La mano di Zeki si congelò a mezz'aria. Dada si accasciò sopra il giardiniere, piangendo e urlando disperatamente da strappare il cuore; stendeva il suo fazzoletto sul viso insanguinato del giardiniere e chiedeva aiuto con un lamento terribile.
Zeki rimase sbalordito. Solo un minuto prima, la ragazza che era contrariata con il giardiniere ora faceva l'esatto contrario: lo difendeva e urlava istericamente. Nessuno aveva mai visto Dada in quello stato; tutti si agitarono profondamente, incapaci di calmarla in alcun modo. Riuscirono a stento a staccarla dal corpo del giardiniere. Poi, all'improvviso, ammutolì; non proferiva più parola né piangeva, ma tremava spaventosamente finché non le fecero un'iniezione di sedativo. Più tardi il farmaco fece effetto e, finalmente, si calmò.
Il Padrone fece venire un medico anche per il giardiniere. Gli medicarono la ferita da gli misero dei punti sul viso; gli fu categoricamente vietato di lavorare finché non fosse guarito del tutto. Il giardiniere sorrise. Non fa niente, ce la posso fare lo stesso, le mani mica mi fanno male, disse, ma il Padrone lo avvertì severamente: "Ci manca solo che la gente parli e dica che costringo un uomo malato a lavorare". Il giardiniere non ebbe altra scelta che obbedire al suo Padrone.
LEX · Sabato, 30 gennaio 2016

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