Saturday, June 6, 2026

Il Giardiniere - (Parte - 29)

 
Parte 29.
Con sorpresa del Padrone, Dada si riprese relativamente in fretta. Tornò in sé più velocemente, si ricompose e se ne andarono dal salone senza che nessuno dei due proferisse parola. Rifiutò persino la visita di un medico, convincendo tutti che si sentiva meglio.
- Forse il viaggio in città e il giro per i negozi ti hanno stancata così tanto!
La "rassicurava" il Padrone affinché gli altri sentissero, e Dada annuiva. Era perfettamente d'accordo. Neanche lei voleva che il Padrone sapesse cosa fosse successo veramente a Dada e perché si fosse sentita così male.
Il Padrone era terribilmente irritato, ma per riguardo a Dada si conteneva. Cercava di tenerla costantemente sotto osservazione. Aveva persino avvertito categoricamente Zeki di trattare Dada con calore e attenzione, cosa che aveva fatto nuovamente infuriare Zeki, il quale però non aveva opposto resistenza.
Nella galleria regnava una pulizia assoluta. Dada iniziò a metterla in ordine. Sistemava e organizzava i nuovi oggetti a modo suo e sembrava così allegra e felice che non c'era traccia dell'incidente avvenuto nel salone.
Il Padrone la osservava soddisfatto. Era convinto che Dada avesse visto tutto perfettamente dalla vetrina. Certo, non era affatto una scena edificante, ma dato che la ragazza si era ripresa subito e aveva rapidamente capito che nessuno meritava di essere motivo di preoccupazione...
"Meraviglioso! Dada ha dimostrato ancora una volta di essere una ragazza intelligente e perspicace."
Improvvisamente, il suo sguardo è volato verso quel libro dal dorso spesso di Dada sullo scaffale.
"Lo stemma."
Ha pensato tra sé e sé.
Non riusciva in alcun modo a ricordare dove potesse averlo visto. Avrebbe voluto dare un'altra occhiata agli appunti di Dada, ma prima sarebbe stato necessario attirarla fuori da lì, cosa che, come vedeva, non sembrava affatto facile.
Quella stessa sera Dada si mise al lavoro e, da quel giorno in poi, le visite dei servitori alla galleria aumentarono.
Zeki gironzolava nei paraggi. Oh, quanto avrebbe voluto che Dada gli proponesse di posare per lei, ma Dada, per fargli un dispetto, faceva come se nemmeno lo notasse e come se l'idea di ritrarlo non le fosse nemmeno passata per l'anticamera del cervello.
Alla fine, fu il Padrone ad avere pietà del cupo ragazzo zingaro. Suggerì a Dada di dipingere il ritratto di Zeki; anzi, non glielo suggerì, ma glielo ordinò, come se fosse un cliente straniero.
Dada rifletté un po', ma siccome si trattava di una commissione e il lavoro assumeva un tono serio, annuì con aria professionale.
Zeki finse di brontolare, dicendo che non era il momento giusto e che c'era così tanto lavoro da fare nella tenuta, ma si sedette comunque a posare, borbottando tra sé e sé.
Dada gli fece segno con un'espressione severa di stare fermo e Zeki, aggrottando le sopracciglia, ubbidì.
Soddisfatto, il Padrone uscì in punta di piedi dalla galleria e stava proprio per scendere le scale quando, nella sua memoria, riemerse l'immagine dello stesso stemma, ma questa volta più grande e a colori. Un grande stemma a colori che aveva già visto da qualche parte.
Cercò di ricordare dove o con chi lo avesse visto.
Gli sembrò persino di sentire una voce familiare:
"Stemma di famiglia..."
Ma di chi?
Qualcuno si vantava della sua antica discendenza nobiliare, ma chi?
Il Padrone era sempre stato convinto di aver contribuito alla distruzione della famiglia di Dada. All'inizio si considerava in dovere di prendersi cura della bambina, ma poi si era così abituato a lei e l'aveva amata così tanto che, forse, se avesse avuto una figlia sua, non l'avrebbe amata di più, e anche la ragazza rispondeva con grande amore e calore.
Il Padrone non si era mai sporcato le mani personalmente con il brigantaggio. All'inizio osservava da lontano, poi elaborava solo il piano e scatenava le persone scelte contro le vittime. Più tardi, riceveva il rendiconto e distribuiva la refurtiva. Non si interessava del resto degli eventi, né interferiva.
Non sopportava nemmeno lo spettacolo del massacro nel campo. Non era raro che, per qualcosa, anche solo un anello o un braccialetto di poco valore, si scagliassero l'uno contro l'altro nel campo e si accoltellassero senza nemmeno battere ciglio.
Il Padrone odiava i litigi e il frastuono fin dall'infanzia. Era davvero uno spettacolo terribile: si attaccavano come selvaggi, e gli altri del campo si radunavano in cerchio attorno ai contendenti, incitandoli invece di separarli. Quella disgustosa follia gli dava il voltastomaco e cercava di scappare il più lontano possibile da loro in quei momenti.
Malediceva la sua nascita e la sua esistenza. Perché veniva punito in quel modo? Perché il destino gli aveva riservato una vita così terribile? Correva nel campo e, affondando il viso nell'erba, piangeva amaramente per molto tempo.
Più tardi, si ricomponeva e continuava a vivere con la speranza che un giorno si sarebbe finalmente allontanato da quelle persone orribili e da quella vita spaventosa, e che sarebbe svanito per sempre da qualche parte molto, molto lontano da loro.
LEX. Mercoledì, 15 marzo 2016.

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