Parte 29.
Con sorpresa
del Padrone, Dada si riprese relativamente in fretta. Tornò in sé più
velocemente, si ricompose e se ne andarono dal salone senza che nessuno dei due
proferisse parola. Rifiutò persino la visita di un medico, convincendo tutti
che si sentiva meglio.
- Forse il
viaggio in città e il giro per i negozi ti hanno stancata così tanto!
La
"rassicurava" il Padrone affinché gli altri sentissero, e Dada
annuiva. Era perfettamente d'accordo. Neanche lei voleva che il Padrone sapesse
cosa fosse successo veramente a Dada e perché si fosse sentita così male.
Il Padrone era
terribilmente irritato, ma per riguardo a Dada si conteneva. Cercava di tenerla
costantemente sotto osservazione. Aveva persino avvertito categoricamente Zeki
di trattare Dada con calore e attenzione, cosa che aveva fatto nuovamente
infuriare Zeki, il quale però non aveva opposto resistenza.
Nella galleria
regnava una pulizia assoluta. Dada iniziò a metterla in ordine. Sistemava e
organizzava i nuovi oggetti a modo suo e sembrava così allegra e felice che non
c'era traccia dell'incidente avvenuto nel salone.
Il Padrone la
osservava soddisfatto. Era convinto che Dada avesse visto tutto perfettamente
dalla vetrina. Certo, non era affatto una scena edificante, ma dato che la
ragazza si era ripresa subito e aveva rapidamente capito che nessuno meritava
di essere motivo di preoccupazione...
"Meraviglioso!
Dada ha dimostrato ancora una volta di essere una ragazza intelligente e
perspicace."
Improvvisamente,
il suo sguardo è volato verso quel libro dal dorso spesso di Dada sullo
scaffale.
"Lo
stemma."
Ha pensato tra
sé e sé.
Non riusciva
in alcun modo a ricordare dove potesse averlo visto. Avrebbe voluto dare
un'altra occhiata agli appunti di Dada, ma prima sarebbe stato necessario
attirarla fuori da lì, cosa che, come vedeva, non sembrava affatto facile.
Quella stessa
sera Dada si mise al lavoro e, da quel giorno in poi, le visite dei servitori
alla galleria aumentarono.
Zeki
gironzolava nei paraggi. Oh, quanto avrebbe voluto che Dada gli proponesse di
posare per lei, ma Dada, per fargli un dispetto, faceva come se nemmeno lo
notasse e come se l'idea di ritrarlo non le fosse nemmeno passata per
l'anticamera del cervello.
Alla fine, fu
il Padrone ad avere pietà del cupo ragazzo zingaro. Suggerì a Dada di dipingere
il ritratto di Zeki; anzi, non glielo suggerì, ma glielo ordinò, come se fosse
un cliente straniero.
Dada rifletté
un po', ma siccome si trattava di una commissione e il lavoro assumeva un tono
serio, annuì con aria professionale.
Zeki finse di
brontolare, dicendo che non era il momento giusto e che c'era così tanto lavoro
da fare nella tenuta, ma si sedette comunque a posare, borbottando tra sé e sé.
Dada gli fece
segno con un'espressione severa di stare fermo e Zeki, aggrottando le
sopracciglia, ubbidì.
Soddisfatto,
il Padrone uscì in punta di piedi dalla galleria e stava proprio per scendere
le scale quando, nella sua memoria, riemerse l'immagine dello stesso stemma, ma
questa volta più grande e a colori. Un grande stemma a colori che aveva già
visto da qualche parte.
Cercò di
ricordare dove o con chi lo avesse visto.
Gli sembrò
persino di sentire una voce familiare:
"Stemma
di famiglia..."
Ma di chi?
Qualcuno si
vantava della sua antica discendenza nobiliare, ma chi?
Il Padrone era
sempre stato convinto di aver contribuito alla distruzione della famiglia di
Dada. All'inizio si considerava in dovere di prendersi cura della bambina, ma
poi si era così abituato a lei e l'aveva amata così tanto che, forse, se avesse
avuto una figlia sua, non l'avrebbe amata di più, e anche la ragazza rispondeva
con grande amore e calore.
Il Padrone non
si era mai sporcato le mani personalmente con il brigantaggio. All'inizio
osservava da lontano, poi elaborava solo il piano e scatenava le persone scelte
contro le vittime. Più tardi, riceveva il rendiconto e distribuiva la
refurtiva. Non si interessava del resto degli eventi, né interferiva.
Non sopportava
nemmeno lo spettacolo del massacro nel campo. Non era raro che, per qualcosa,
anche solo un anello o un braccialetto di poco valore, si scagliassero l'uno
contro l'altro nel campo e si accoltellassero senza nemmeno battere ciglio.
Il Padrone
odiava i litigi e il frastuono fin dall'infanzia. Era davvero uno spettacolo
terribile: si attaccavano come selvaggi, e gli altri del campo si radunavano in
cerchio attorno ai contendenti, incitandoli invece di separarli. Quella
disgustosa follia gli dava il voltastomaco e cercava di scappare il più lontano
possibile da loro in quei momenti.
Malediceva la
sua nascita e la sua esistenza. Perché veniva punito in quel modo? Perché il
destino gli aveva riservato una vita così terribile? Correva nel campo e,
affondando il viso nell'erba, piangeva amaramente per molto tempo.
Più tardi, si
ricomponeva e continuava a vivere con la speranza che un giorno si sarebbe
finalmente allontanato da quelle persone orribili e da quella vita spaventosa,
e che sarebbe svanito per sempre da qualche parte molto, molto lontano da loro.
LEX.
Mercoledì, 15 marzo 2016.

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